Io sono mia.

Sarà che di Ligabue sono una grande fan e non ne ho mai fatto mistero, ma quel “Nessuno è di qualcuno” – frase che ha fatto risuonare ieri dal palco dell’Unipol Dome di Milano – non poteva capitare in un momento più giusto.

In questi giorni in cui sto ragionando sul concetto di donna da raccontare per immagini attraverso il prossimo style shoot del nuovo numero di Sposi Magazine, i miei pensieri fanno girotondo proprio intorno ad una necessità: il senso di libertà.

Libertà di non dover camminare per le strade guardandoci costantemente dietro le spalle o tenendo in borsa lo spray al peperoncino o trascorrendo al telefono i minuti interminabili fino all’auto posteggiata un po’ più in là. Libertà di scegliere di andare via, quando quella persona non è più il posto giusto. Libertà di non essere solo un pezzo del tutto, ma tanti “tutto” insieme. Libertà di lavorare, anche quando subentra la maternità; e libertà di essere madri, senza temere per il proprio posto di lavoro. Libertà da ogni dipendenza psicologica o economica.

I dati parlano chiaro. Il report “Sicurezza delle donne” dello scorso novembre (fonte Istat) ci dice che sono “circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita”. E ancora: “Il 18,8% ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali […]. Dai partner si subisce anche violenza psicologica (17,9%) e violenza economica (6,6%)”.
Ieri, poi, è stata la Giornata mondiale della Maternità. E pure lì le cose non vanno meglio: secondo il rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026″, nel “settore privato il 25% delle donne sotto i 35 anni esce definitivamente dal mercato del lavoro nell’anno di nascita del primo figlio” e “tra i genitori 20-29enni è inattivo il 59,8% delle madri”, numero che sale fino al 70% quando i figli diventano due o più (contro appena il 6,2% dei padri, ça va sans dire).

Basta. Ci tocca lottare, ancora. È compito di chi libera lo è di farsi carico e portavoce di chi questo privilegio – perché di questo si tratta – non ce l’ha. O l’ha perduto.
A gran voce agiamo per la libertà di essere leonesse in una società che, ancora, troppo spesso, ci vuole domite. Di essere noi.

E per chiudere come ho iniziato, cioè parafrasando il Liga: mettiamo in circolo l’amore, sì. Ma che sia sano, però.

Messaggio pubblicitario

Cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

No Comments Yet.

Previous
Intervista a Vinni Quaranta, la designer di Dalin racconta la collezione 2027
Io sono mia.