Il viaggio di nozze

LUI
Il viaggio di nozze, insieme all’addio al celibato e all’impianto Dolby Surround nel soggiorno, è la parte migliore. Il gioco per cui la candela vale, eccome.
Un mese di ferie dal lavoro, quattro settimane di relax, trenta giorni da trascorrere a grattarci la pancia, magari sotto una bella palma e tra le mani solo una noce di cocco con un inaspettato mojito annesso. Peccato però che non andrà così, perché lei non la pensa così.
L’agognata pausa dal lavoro, quasi inevitabilmente, si trasforma in un tour-de-force dove «chi più ne ha (di posti da vedere) più ne metta», un viaggio dall’equatore al Polo Nord passando – «caro, tanto ci bastano due aerei e una coincidenza, cosa vuoi che sia» – per gli Stati Uniti e magari un’isola caraibica. Alla faccia del portafoglio, ma soprattutto del relax.
Musei, parchi, monumenti e persino teatri e cinema in lingua originale, la lista delle cose da fare si allunga di giorno in giorno inesorabilmente: la Lonely Planet sembra vecchia di cent’anni e isola-cocco-sole più lontani che mai. E la parte peggiore sapete qual è? Che non possiamo neppure dire di no. Perché poi passeremmo per i soliti maschi pigri e di basso spessore culturale, interessati solo alle bellezze al mare (alcune sono opere d’arte, proprio da contemplare: ma vai a farglielo capire che anche il nudo è un’espressione della sensibilità umana e che i migliori ci hanno costruito su la loro fortuna. No no, non parlo di Schicchi: io? Può essere mai…).

LEI
Un mese insieme, quattro settimane soltanto lui ed io, trenta giorni di baci e coccole. E per di più in giro per il mondo, perché «ai voglia di tempo per visitare almeno dieci città, in tre – dai su, magari facciamo due – continenti diversi».
Ecco, questo per noi donne romantiche (vale lo stesso anche per la s*****a super figa del piano di sopra, checché ne dica) è il viaggio di nozze.
Musei, parchi, monumenti e persino teatri e cinema in lingua originale, che consultare soltanto la Lonely Planet è riduttivo e «Feltrinelli, sto arrivando!».
Peccato, però, che il viaggio preveda un compagno pigro, che la curiosità non sa neppure dove stia di casa e che ci costringerà – ci sarà tempo per mostrargli chi porta davvero i pantaloni, povero – ad uno scalo (di tre giorni e non di più) in un’isola caraibica dove non ci saranno riviste da leggere sotto le palme, la parola «ombrellone» non è prevista dal dizionario così come «crema solare» e saremo costrette a trangugiare litri di latte di cocco perché l’alternativa è il primo mojito alle 17. Come se ciò non fosse già abbastanza, dovremo assistere alla sfilata/parata delle stangone che a casa non ci stanno mai, con tanto di tette e culi al vento.
Come fargli pagare pegno? Con un viaggio dall’equatore al Polo Nord, passando per gli Stati Uniti e la sua isola caraibica… Tanto «Caro, ci bastano due aerei e una coincidenza, cosa vuoi che sia».

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