Intervista esclusiva a Carlo Pignatelli, cinquant’anni di vita trascorsi in sartoria

E’ lo stilista per eccellenza della Moda Sposo, colui che ha rivoluzionato il modo di intendere l’uomo all’altare. In esclusiva Carlo Pignatelli si racconta a Sposi Magazine, in attesa di vedere le sue collezioni sfilare al prossimo Si Sposaitalia


Visionario, capace di osare, sempre un passo avanti rispetto agli altri: è Carlo Pignatelli, lo stilista per eccellenza della moda Sposo. Amatissimo, però, anche dalle future spose.
Lui che ha rivoluzionato il modo di intendere l’uomo all’altare, dando un valore completamente nuovo al suo outfit, ci ha aperto gli spazi della sua azienda nel cuore di Torino. Nell’anno in cui questa realtà produttiva grande orgoglio italiano compie cinquant’anni. Già, perché Carlo Pignatelli è un uomo che di sartoria vive praticamente da sempre.

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intervista esclusiva a carlo pignatelli

Lei vive di sartoria da sempre. Come ha cominciato?
«Sono nato in un piccolo paese nella provincia di Brindisi. Ultimo di una famiglia numerosa – l’ottavo – e anche povera. Uscendo dalla scuola, dunque, dovevano mettermi da qualche parte così da non finire per strada: ho provato dal barbiere, come falegname e poi anche nella sartoria vicino casa. All’inizio non mi piaceva neppure, poi un po’ alla volta ho cominciato a tenere l’ago in mano e non mi son più fermato».

Ha cominciato ed è arrivato sino ad oggi: quest’anno l’azienda compie 50 anni. Come la vive?
«Cinquant’anni di azienda, ma sono 60 da quando ho cominciato a lavorare. Ricordo ancora che era il ’68 quando ho aperto la prima piccola sartoria, davvero un “buco” con giusto una tavola e la macchina da cucire. Addirittura, dormivo lì e i servizi erano in cortile. Questo è il mio inizio, io ho fatto la vera gavetta».

Di certo, c’è stata un’evoluzione sia dell’azienda che dello stile E lei, come è cambiato?
«Per più di 5 anni, ho avuto la mia sartoria a Torino, dove cucivo su misura anche abiti per sposa e sposo. Negli anni Ottanta, poi, la mia prima sfilata, con un finale sia di abiti da uomo che da donna. Da lì, così, è partita la richiesta: avevo presentato, in effetti, qualcosa fuori dal comune. Ho continuato con la sartoria ancora per un po’, poi ho partecipato alle Settimane dell’Alta moda torinesi e, nel 1984, la prima fiera dedicata agli sposi. Di fronte a tutte le aziende leader torinesi presenti a questo evento, io sono arrivato a far casino, rivoluzionando letteralmente la situazione. Così, ad un certo punto, mi son detto “perché non realizzare una decina di capi e mandarli in giro?”. La prima puntata è stata in Sicilia, dove ci sono stati i primi clienti che ho ancora. Oggi i rappresentanti sono 30».

Il suo è un punto di vista importante, una prospettiva d’eccezione: cosa pensa delle nuove leve di settore, di coloro cioè che si avvicinano alla sartoria, al mondo del disegno e dello stile?
«Purtroppo, per loro entrare in sartoria è difficoltoso e per noimprenditori lo è assumere: un ragazzo di 18 o 19 anni ci costerebbe quanto un operaio che sa già fare il suo mestiere. I ragazzi, poi, non appena pensano di intraprendere questo mestiere, dicono subito di essere stilisti e si sognano le scalinate di piazza di Spagna! Dalle scuole, però, escono con una preparazione prettamente teorica, senza dunque avere la giusta conoscenza di come si combinano i tessuti, etc. E spesso finiscono per fare altro, gli assistenti di stilisti o fotografi».

Parliamo di moda sposo. La collezione 20o18 richiama l’epoca del Jazz e la società degli Hampton, dunque ha un suo carattere stilistico preciso. Oggi l’uomo cosa vuole?
«Forse posso anche prendermene il merito, ma oggi l’uomo gira e cerca più delle spose. Una volta, gli uomini si alzavano il giorno del loro matrimonio e trovavano sulla sedia l’abitino scelto da mamma. Io ho cambiato il sistema, ho creato – e lo dico anche con vanto – il mondo degli abiti da sposo. Realizzo tre collezioni, così da offrire maggiore possibilità in termini sia di economia che di stile. Gli uomini oggi sono più esigenti, più infornati e spendono di più».

Spostiamoci sul fronte della moda sposa: realizzare abiti per la donna cos’è per lei? Un innesto di linfa nuova?
«Ho sempre realizzato anche tanti abiti da sposa su misura. Oggi la collezione sposa nasce qui, nella mia sartoria e con le mie sarte che sono con me da almeno 30 anni. Ci riuniamo e studiamo il mood. Quest’anno la mia collezione è stata definita la più bella ed innovativa tra quelle viste durante l’ultima Settimana della Moda Sposa di Milano».

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Chiudiamo quest’intervista con i suoi consigli di stile. Il primo: cambio di abito per lo sposo, sì o no?
«Dipende da luogo, dall’ora e dalla circostanza. Se ci si sposa dopo le 16 o 15, può anche andare bene uno smoking, ma prima assolutamente no. E dopo la cerimonia, per la festa, si può anche indossare qualcosa di più pratico. Idem per la sposa: io consiglio sempre un abito più pratico e leggero, per permetterle di sentirsi libera di divertirsi».

Secondo consiglio: il bianco è ormai anche nelle collezioni uomo. Per l’abito da sposo, ci sono delle “regole” di buon gusto da tenere a mente?
«Io vedo bene uno smoking bianco ma per una serata a teatro o in occasione di una festa stile Grande Gatsby, un po’ meno per lo sposo. Ci sono poi delle circostanze che lo richiedono e, allora, cerco di abbinare l’abito bianco di lui con quello della sposa, prediligendo la stessa nuance. In generale, non sono tanto a favore dell’abito bianco per lo sposo, tantomeno per lo smoking dopo le 15».

Terzo e ultimo consiglio: il pezzo irrinunciabile per lei e per lui?
«Per la sposa direi la giarrettiera (ride, ndr). In verità, secondo me, il velo. Per lo sposo, invece, il consiglio è di cercare un’eleganza che non sia estrema e di creare armonia con suoi testimoni, con il padre e i parenti più vicini, così da non fare bandiera tricolore sull’altare».

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