«Ink-itchen» / Belli, tatuati e con le mani in pasta: da chef Rubio a Matteo Torretta, ecco cosa ci hanno raccontato…

    di Chiara Billitteri

    I loro tatuaggi sono belli da fare paura. E loro, forse, lo sono ancora di più. Di certo c’è che, “INK-ITCHEN”, danno forma a piatti che li consacrano oggi nell’olimpo degli chef made in Italy. Con un piglio rude e una cucina che punta tutto sulle materie prime e divinizza il gusto, si muovono con disinvoltura tra fornelli, redazioni e set televisivi. Le mani sono in pasta… e la pelle nell’inchiostro.
    Chef Rubio

    Ha soli 31 anni, ma ha già visto il mondo: Canada, Isole Fijii, Giappone, Israele e Sud Africa solo per citarne alcuni. Ed è già una star del mestiere. Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio (consacrato guru dello street food dal suo «Unti e Bisunti», andato in onda sul canale DMax), avrebbe dovuto fare l’avvocato. Ma la vita (per fortuna) lo ha portato sulle coste della Nuova Zelanda dove si è dedicato al rugby e ha incontrato per la prima volta il suo amore più grande: la cucina.

    1 Chef per amore, quindi. Niente succede per caso allora?
    «Tutte le cose che si fanno con convinzione si fanno per scelta. La cucina, insieme con il rugby, era una delle mie tante passioni, ma si è rivelata la più grande».
    2 Come si è trasformata da passione a mestiere?
    «Prima c’è stata la curiosità e la voglia di scoprire e imparare dagli errori. Poi, dalle cene con gli amici al ritrovarsi dentro una cucina il passo è stato breve».
    3 Cucina e viaggi. E tatuaggi. Un’altra passione?
    «Non direi. Tatuarmi mi è venuto, mi viene e mi verrà sempre naturale. È una delle arti figurative che ritengo più interessante e forse mi affascina perché permanente: tutti i tatuaggi che ho hanno un significato e sono una specie di reminder per me stesso»
    4 Fidanzato?
    «NO»
    5 Immagina il tuo matrimonio, cosa cucineresti?
    «Il mio? Meglio quello di un altro».
    6 D’accordo, messaggio ricevuto. A quello di un amico?
    «Cercherei di rendere tutto il meno formale possibile, mantenendo comunque alto il livello, non solo delle materie prime. La vera qualità, infatti, è sapere come trattarle. Vorrei che fosse dinamico: ospiti in piedi e magari anche all’aperto, in un bel giardino, con dei punti d’appoggio sparsi per il prato. Le tavolate mi hanno sempre messo tristezza. Di solito ai matrimoni si mangia male, chi mangia gli antipasti poi non ce la fa ad arrivare al primo e tutto diventa un inutile susseguirsi di portate figlie di un’epoca che non c’è più. Immagino tutto in libertà».
    7 Andiamo al menu. Cosa preferisci cucinare?
    «Mi piace toccare il cibo e per questo mi piace cucinare tutto: verdure, pesce, carne. Io devo essere parte attiva della preparazione, senza l’aiuto di strumenti».
    8 Programmi per il futuro: da grande chef in tv a grande chef in un ristorante super lusso?
    «Il nome chef lo uso in maniera ironica, ma è una parola che non amo perché vuol dire ‘capo’. Io sono semplicemente una persona: non mi piace parlare del mio privato e stare ai fornelli è solo un modo diverso di farmi conoscere, più adatto a me. Ad esempio, adesso ho detto molte più cose a te di quelle che dico a mia madre. Il mio unico obiettivo? Divertirmi e divertire».

     

    Chef Roncoroni

    Parola d’ordine street food d’autore. Eugenio Roncoroni, chef trentenne un po’ americano un po’ italiano, ama gli hamburger, i viaggi e i tatuaggi. Ha cominciato lavando l’insalata gratis nelle cucine ed oggi gestisce tre rinomati ristoranti a Milano. I suoi piatti non possono fare a meno di raccontarlo: sono naturali, sofisticati, colorati. Proprio come lui. «Non amo i fronzoli, ma la sostanza» dice, appunto. Ha una figlia ed è fidanzato, ma se pensa al matrimonio…

    1 Parliamo del tuo campo: il banchetto. Come lo faresti?
    «Amo molto la campagna e organizzerei un banchetto il più country possibile, decisamente “easy”. Non amo i fronzoli, ma la sostanza. E magari tutti a piedi nudi».
    2 Ecco, andiamo alla sostanza: il menu.
    «Penso ad un grosso barbecue intorno al fuoco e tutto sarebbe a base di carne. Magari da qualche parte piazzerei anche maialini interi che girano su uno spiedo».
    3 Solo carne, quindi. Eppure, di solito ai matrimoni va di moda il pesce.
    «Amo anche il pesce, ma il contesto deve richiederlo. Un menu a base di pesce me lo immagino per un matrimonio sul mare. Rispecchiare il territorio in cui ci si trova per me è fondamentale».
    4 Mare, campagna… Non ti piacciono proprio le cerimonie ingessate?
    «Riunire due famiglie intorno ad un banchetto con meno barriere possibili è la cosa più bella che si possa fare».
    5 Nei tuoi ristoranti fai soprattutto street food. Perché?
    «Perché lo trovo un modo per essere al passo con i tempi. La crisi ha cambiato il modo in cui le persone si approcciano al cibo: non ci sono più le cene da cinque portate, ma si mangia un panino con le mani. È più divertente e lo si può fare anche con ingredienti di qualità. Io, lo faccio così».
    6 Chef per caso o per scelta?
    «Nella mia famiglia sono tutti appassionati di cucina. Mia mamma è americana e in passato ha fatto anche la cuoca, aveva un catering. Io? Ho studiato, ma mi piaceva cucinare. E allora, mi ci sono messo. Certo, ho iniziato lavando l’insalata gratis nelle cucine».
    7 Una passione. Ne hai altre?
    «Ne ho tantissime. Una è quella per l’arte del tatuaggio: ognuno dei tatuaggi che ho è servito a segnare sul mio corpo dei momenti della mia vita. Taturami, a volte, è anche un modo per esorcizzare la paura, per liberarmi dal male».
    8 Il tuo preferito?
    «Li amo tutti e ho sempre prediletto la diversità, ma ne ho uno che è il ritratto del gastronomo Ferdinando Artusi».
    Chef Torretta

    Istintivo e minimalista, ammette senza giri di parole: «Non potevo che fare il cuoco». Matteo Torretta, classe ’80, è cresciuto a Rho, nella periferia Milanese, e confessa: «Non sapevo fare nient’altro». Mai avuto tanta voglia di studiare, dice, ma crescendo ho capito che una passione (oltre per i tatuaggi, ne ha 24!) l’aveva: quella per la cucina. Naturale, considerando che ha passato l’infanzia a osservare mamma e nonna pugliesi tra i fornelli. «Il mestiere ha scelto me».

    1 Nel senso che ti ci sei trovato, tra i fornelli?
    «No. Nella vita per caso non si fa mai niente, ma è stata una scelta un po’ costretta, perché sapevo solo cucinare, non mi è mai interessato né sapevo fare qualcos’altro».
    2 Nessun’altra passione?
    «Tante, ma nessun’altra attitudine».
    3 E i tatuaggi?
    «Ne ho 24. Sono tutti «old school». Racchiudono i ricordi di una vita molto vissuta e tutti, nessuno escluso, nascondono un significato che può essere personale o meno. Hanno, comunque, sempre un senso».
    4 Ventiquattro tatuaggi… e uno che ami in particolare?
    «Sarebbe come chiedere ad un padre chi è il preferito di tanti figli. Li amo tutti, anche se in effetti un posto speciale lo occupa uno fatto dal famoso artista americano Sailor Jerry».
    5 Diresti che rispecchiano la tua personalità?
    «Direi che sono solo una parte di me».
    6 E la cucina? Quanto c’è di te nella tua cucina?
    «C’è tantissimo: è istintiva, di gusto, minimalista ma molto bella. Ecco, esteticamente diciamo che chi vede i miei piatti non pensa siano stati fatti da me: sono troppo eleganti (ride, ndr)».
    7 Con i tatuaggi non ti sei voluto sbilanciare, ma dicci almeno cosa preferisci cucinare.
    «Mi piace moltissimo lavorare il pesce, lo ammetto. Col pesce si possono creare miliardi di cose: si può fare crudo, marinato, come condimento per i primi. E poi, mi riescono molto bene i crostacei».
    8 Cosa vedresti bene in un banchetto nuziale?
    «L’importante in un matrimonio, secondo me, è fare tutto in movimento. Porzioni di cibo che ti girano intorno, una cosa «confusion»: tutto a rotazione, senza un ordine di primi, secondi, dolci. Io mi sono sposato a luglio e il ricevimento l’ho fatto così. È stato meraviglioso».

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